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lunedì 12 ottobre 2015

Ricordi d'autunno

N.B. Questo non è un post per chi afferma che non esistono più le mezze stagioni!


Mi piace l'autunno e ho molti ricordi che si risvegliano non appena l'aria diventa frizzantina, il sole piacevole e tenue, e le giornate più lunghe. 

Di solito l'autunno è considerato un momento triste dell'anno: cadono le foglie, "l'inverno sta arrivando!" (cit.), piove molto spesso - e non solo per via del governo-, devi vestirti 'a cipolla' per non prendere il raffreddore e il tuo stile ne risente - del resto si dice sia il tempo dei 'malavestuti'-...! 
Ecco, a me tutte queste cose piacciono e solitamente le sommo ad altre che sono legate a quando mia nonna si preparava a celebrare l'avvento di questa stagione.
Dovete sapere che nonna, come tutte le nonne del resto, aveva un vero e proprio codice da rispettare: nel corso della sua vita aveva fatto tesoro di usanze religiose e contadine, abitudini anche e soprattutto gastronomiche che ripeteva nel corso dell'anno, e ogni stagione aveva odori, sapori, preparazioni e regole da seguire meticolosamente. 
Nel caso dell'autunno in particolare c'erano diverse cose da fare: per settembre si mettevano pomodori e fichi a seccare, perché sarebbero serviti per l'inverno, per preparare i 'boccacci' di pomodori secchi e le famose 'crocette', tipico dolci di natale fatto con i fichi secchi. Anche le mandorle e le nocciole erano importanti: si compravano fresche, si sbucciavano e si tostavano. 
Poi arrivava il tempo dei funghi e delle castagne: per i funghi non mi dilungo perché non li apprezzo abbastanza, considerandoli muffe a tutti gli effetti, ma per le castagne ho una vera e propria passione! Il periodo delle castagne era soprattutto un momento di aggregazione familiare: di solito ad ottobre inoltrato si andava tutti insieme a raccoglierle e al ritorno a casa bisognava mettere ai voti come prepararle, perché c'era chi le voleva bollite (le cosiddette 'borlotte'), chi arrostite, e chi semplicemente le mangiava fresche. Mia nonna preferiva bollirle ed è stata lei ad insegnarmi a mangiarle senza lasciare la polpa nella buccia.  
Nonna inoltre, nonostante il diabete, era molto ghiotta di uva a fragola, ed in generale l'uva, bianca o nera, in questo periodo a casa nostra non mancava mai.
Tipico di questo periodo era anche l'avvento delle lumache. Ora, so bene che la maggior parte di voi starà facendo delle smorfie all'idea di mangiare lumache, e che i miei amici vegetariani probabilmente mi toglieranno il saluto per quanto sto per affermare, ma vi assicuro che neanche per un momento da bambina ho esitato a mangiarle, sarà forse per via della ricetta di nonna che era particolarmente saporita! 
In ogni caso, anche per le lumache, in dialetto 'vermituri', c'era una procedura da seguire: poiché comprate il giorno stesso del raccolto, necessitavano di essere 'spurgate' prima della cottura.
Nonna le riponeva tutte nel cosiddetto 'salatura', il recipiente di terracotta che si usa per fare le conserve come ad esempio le olive pestate. Questo contenitore a casa mia veniva chiuso con un sasso, che serviva nello specifico per evitare che le lumache uscissero e andassero a passeggio per la cucina, cosa che avvenne ad ottobre del 1989... ci vollero un paio di giorni per trovarle tutte, ma per me fu molto divertente!
Prima di chiudere 'u salatura' bisognava mettere della lattuga all'interno, per permettere alle lumache di mangiare ed espellere la terra. Per essere pronte di solito erano necessarie circa 24 ore. 
Queste ore per me, che ero piccola e poco interessata all'aspetto godereccio del mangiarle, erano fondamentali: appena tornata da scuola, infatti, iniziavo a scegliere le mie preferite con le quali organizzare le corse sulla balaustra del balcone. Nonna spesso assisteva con me alle gare e sospetto che fosse a conoscenza di quanto accadeva subito dopo: le protagoniste del gioco, infatti, alla fine della gara sparivano misteriosamente, venivano letteralmente rapite e lasciate libere nel giardino, salvate dalla pentola alla quale erano destinate.

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